il gusto dell'anguria
tre cose: lo Tsai Ming-Liang dei campi lunghi e dei lunghi silenzi, che incornicia le persone e divide lo schermo in due con stipiti o pareti, che mostra le relazioni umane vissute e non comunicate. il colore e il kitch degli intermezzi musicali con attrici un po' decrepite in minigonna e l'attore protagonista travestito da pene. infine appunto, il sesso, quello meccanico del cinema porno sfacciatamente mostrato e quello più romantico e sensuale desiderato ma non consumato.
o almeno non prima dell'ultima scena.
o almeno non prima dell'ultima scena.
questo mi fa pensare a come Tsai Ming-Liang ami colpire lo spettatore con l'ultimo stralcio di pellicola. chiamarlo "colpo di scena" non renderebbe giustizia alle sue scelte. quelle lunghe immagini finali (come in vive l'amour) sono piuttosto la chiave con cui guardare indietro e sentire tutto il film.
ne il gusto dell'anguria l'ultima scena dall'apparenza greve e violenta è in realtà di un romanticismo raro in quanto mai così vicino alla carne, troppo spesso messa in secondo piano, troppo spesso mostrata con superficialità. e se quell'ultima scena dichiara banalmente la superiorità dell'autentico su tutto ciò che è costruito (l'acqua sul succo d'anguria; la passione vera su quella simulata...), lo fa con coraggio attraverso un gesto di un'intimità e di una forza comunicativa da me mai viste prima nel cinema.
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